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  • Sicilia, il teatro arriva a scuola

    IL CAFFÈ DEL MATTINO
    LA REGIONE PORTA IL TEATRO A SCUOLA.
    FINALMENTE SI STUDIA CIÒ CHE GIÀ VIVIAMO.

    La Regione Siciliana destina 800 mila euro a progetti per diffondere la cultura teatrale tra gli studenti.

    Obiettivo: portare spettacoli, attività performative e linguaggi teatrali nelle scuole dell’Isola.

    Ottima idea.

    Anzi, necessaria.

    Perché in Sicilia il teatro è materia fondamentale.

    Lo troviamo nei consigli comunali.
    Nelle conferenze stampa.
    Nei comunicati trionfali.
    Nei tavoli tecnici.
    Nelle inaugurazioni senza seguito.
    Nei tagli di nastro con replica stagionale.

    Adesso però arriva anche a scuola.

    Almeno gli studenti potranno distinguere tra tragedia, commedia, farsa e atto amministrativo.

    E magari capiranno presto una cosa importante:

    il teatro è arte nobile.

    Il teatrino, invece, è amministrazione ordinaria.

    Buongiorno Sicilia.

    Il sipario si apre.

    Il copione, purtroppo, lo conosciamo già.

    ironIA.online
    Non facciamo informazione. Commentiamo fatti.

    #ironIA #ironiaonline #CaffèDelMattino #Sicilia #RegioneSiciliana #Scuola #Teatro #Satira #PoliticaSiciliana

  • 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗙𝗙È 𝗗𝗘𝗟 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗜𝗡𝗢

    𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗙𝗙È 𝗗𝗘𝗟 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗜𝗡𝗢

    Buongiorno Sicilia.

    Oggi il caffè lo prendiamo senza zucchero.

    Non perché siamo amari.

    Perché certe storie sono già dolci abbastanza.

    La storia di Samanta ci ha ricordato una cosa semplice: non sempre chi fa rumore lascia il segno.

    A volte il segno lo lascia chi parte in silenzio.

    Chi prende ferie.
    Chi sostiene spese personali.
    Chi non aspetta una delibera, una conferenza stampa, una targa o un comunicato.

    Chi semplicemente fa.

    E allora, davanti al primo caffè del mattino, forse una domanda possiamo farcela:

    quante persone così abbiamo intorno e non vediamo?

    Quante eccellenze quotidiane passano davanti a noi senza diventare manifesto, evento, premio, cerimonia?

    La Sicilia parla spesso di identità.

    Benissimo.

    Ma l’identità non è solo quella che si celebra nei discorsi ufficiali.

    È quella che si riconosce nei gesti concreti.

    Samanta non ha fatto una lezione sull’inclusione.

    L’ha fatta diventare presenza.

    Non ha spiegato la comunità.

    L’ha praticata.

    Non ha chiesto attenzione.

    L’ha data.

    E forse è proprio questo che stamattina dovremmo portarci dietro:

    meno parole grandi.

    Più gesti puliti.

    Meno retorica.

    Più persone che fanno.

    Il caffè è pronto.

    La Sicilia pure.

    Deve solo svegliarsi.

    #ironIA #IlCaffèDelMattino #Sicilia #SamantaLacagnina #Scuola #Inclusione #Identità #Comunità #BeneConcreto #Satira

  • Samanta, la nissena che fa

    SAMANTA, LA NISSENA CHE FA

    Caltanissetta parla d’identità. Lei la dimostra.

    Ci sono storie che non hanno bisogno di essere gonfiate.

    Non servono effetti speciali.

    Non servono comunicati solenni.

    Non servono conferenze stampa, tavoli tecnici, sottotavoli, cabine di regia, strategie identitarie, piani di valorizzazione e applausi comandati.

    Basta raccontarle bene.

    E la storia di Samanta Anna Lacagnina, nissena, 42 anni, insegnante di sostegno, è una di queste.

    Una storia semplice solo in apparenza.

    Samanta lavora a Gela, in un istituto comprensivo, con bambini della scuola primaria.

    Non “ragazzi”, come spesso si dice per comodità.

    Bambini.

    E quando si parla di bambini, le parole andrebbero pesate una per una.

    In questi giorni il suo nome è finito sulla stampa nazionale per un gesto che dice molto più di mille discorsi sulla scuola, sull’inclusione, sulla comunità e sull’umanità.

    Ha preso giorni di ferie.

    Ha sostenuto anche spese personali.

    È partita dalla Sicilia ed è andata a Rimini per stare accanto a un suo alunno, ricoverato per un delicato intervento chirurgico.

    Fine.

    Anzi, no.

    Perché dentro questa frase c’è tutto.

    C’è una docente che non si è fermata al perimetro formale del suo lavoro.

    C’è una donna che ha scelto la presenza invece della distanza.

    C’è una professionista che ha trasformato la parola “cura” in un fatto concreto.

    C’è una persona che non ha spiegato l’inclusione: l’ha praticata.

    Non ha fatto un convegno.

    Non ha preparato una slide.

    Non ha aperto un tavolo tecnico.

    Non ha chiesto una targa.

    Non ha costruito una campagna intorno al proprio gesto.

    Non ha cercato telecamere, titoli, interviste o applausi.

    Lo ha fatto.

    In silenzio.

    Ed è proprio questo che rende la storia enorme.

    Perché Samanta non aveva intenzione di farsi pubblicità.

    Il suo non era un gesto pensato per il clamore.

    Non era una scena da esibire.

    Non era una storia preparata per diventare virale.

    Era una scelta umana, professionale, personale.

    Una di quelle cose che si fanno perché si sente che è giusto farle.

    Poi il riconoscimento è arrivato.

    Non perché Samanta lo avesse cercato.

    Ma perché il suo gesto ha parlato da solo.

    L’encomio del Comune di Rimini è arrivato alla sua scuola.

    E da lì quella storia silenziosa è diventata pubblica.

    A Gela, dove Samanta lavora, il Comune ha annunciato per lei un encomio solenne.

    Giustissimo.

    Perché una città, quando incontra una storia così, dovrebbe fare una cosa semplice: riconoscerla.

    Non per sfruttarla.

    Non per metterci sopra il cappello.

    Non per trasformarla nell’ennesima passerella.

    Ma per dire: questo è un esempio.

    E Caltanissetta?

    Caltanissetta, invece, speriamo trovi un momento libero.

    Sappiamo che l’agenda è complicata.

    Ci sono cittadinanze onorarie da immaginare.

    Tavoli tecnici da convocare.

    Orgoglio cittadino da dosare.

    Identità da rivendicare quando conviene.

    Eccellenze da celebrare possibilmente dopo che qualcun altro le ha già notate.

    Però, ogni tanto, una città dovrebbe accorgersi dei suoi.

    Non solo quando vincono qualcosa.

    Non solo quando portano voti.

    Non solo quando servono per una foto.

    Non solo quando diventano utili a un racconto pubblico.

    Samanta è nissena.

    E non è una nissena qualunque.

    È una nissena che fa del bene concretamente.

    Non una che chiacchiera di comunità.

    Non una che annuncia obiettivi.

    Non una che promette attenzione, vicinanza, sensibilità, inclusione e poi rimanda tutto alla prossima riunione.

    Samanta ha preso ferie ed è partita.

    Questa è la differenza.

    Tra dire “ci siamo” e esserci davvero.

    Tra parlare di scuola e fare scuola.

    Tra usare la parola “umanità” e praticarla quando costa tempo, fatica, soldi, organizzazione, vita.

    E allora sì, Caltanissetta dovrebbe essere orgogliosa.

    Non con quella retorica appiccicosa dell’appartenenza a comando.

    Non con il solito “è nostra” detto quando la storia è già diventata bella e spendibile.

    Non con il patriottismo municipale dell’ultimo minuto.

    Dovrebbe essere orgogliosa in modo serio.

    Dovrebbe dire: una persona nata nella nostra città ha fatto qualcosa che ci rappresenta nel modo migliore.

    Perché non rappresenta Caltanissetta chi urla di più.

    Non la rappresenta chi occupa più spazio.

    Non la rappresenta chi si mette sempre al centro.

    Non la rappresenta chi trasforma ogni cosa in cerimonia.

    A volte la rappresenta chi parte in silenzio per stare accanto a un bambino.

    E qui una cosa va detta chiaramente.

    Il nome del bambino noi non lo scriviamo.

    Non perché non sia stato pubblicato altrove.

    È stato pubblicato. Anche troppo.

    Non lo scriviamo perché è un minore.

    E i minori non sono materiale decorativo per rendere più emozionante un articolo.

    Non sono dettagli narrativi da esibire per fare commuovere meglio il lettore.

    Non sono strumenti di amplificazione emotiva.

    La storia pubblica è il gesto di Samanta.

    Il bambino va protetto, non esposto.

    Questo dovrebbe essere il minimo.

    E dovrebbe essere il minimo anche evitare il teatrino delle cattiverie.

    Perché, come spesso accade, attorno a una storia bella qualcuno ha sentito il bisogno di aggiungere fango.

    Sono state dette stupidaggini.

    Sono state dette cattiverie.

    Sono state dette cose gratuite anche sulla madre del bambino.

    Come se davanti a un gesto di cura bisognasse per forza trovare il modo di sporcare tutto.

    E invece no.

    Ci sono momenti in cui il silenzio sarebbe già una forma minima di intelligenza.

    La madre del bambino non è il bersaglio di nessuno.

    Il bambino non è il personaggio di una cronaca emotiva.

    Samanta non è una figurina da usare per fare moralismo a buon mercato.

    Questa è una storia di scuola, di umanità e di responsabilità.

    E riguarda una maestra, un bambino, una famiglia, una classe, una comunità educativa.

    Tutto il resto è rumore.

    Ora però il rischio è serio.

    Perché Gela, dopo l’encomio, potrebbe anche prenderci gusto.

    Potrebbe guardare Samanta e pensare:

    “Ma sapete che c’è? Una cittadina così ce la terremmo volentieri”.

    E magari, tra un encomio e un applauso, potrebbe pure venirle l’idea di darle la cittadinanza onoraria.

    Perché è bello avere cittadini così.

    Cittadini che non promettono.

    Fanno.

    Che non annunciano traguardi.

    Li raggiungono.

    Che non parlano di valori.

    Li praticano.

    Che non aspettano il momento giusto per apparire.

    Scelgono il momento giusto per esserci.

    E se Gela dovesse davvero desiderare simbolicamente una cittadina così, sarebbe difficile darle torto.

    Perché mentre Caltanissetta spesso si perde nella celebrazione dell’identità, Samanta l’identità l’ha portata fuori città nel modo più alto: con un gesto umano, concreto, pulito.

    Senza bandiere.

    Senza slogan.

    Senza bisogno di chiedere il permesso.

    E allora forse il punto è proprio questo.

    L’identità non è una parola da usare nei discorsi ufficiali.

    Non è una targa.

    Non è una cerimonia.

    Non è una cittadinanza onoraria distribuita con entusiasmo preventivo.

    L’identità è ciò che fai quando nessuno ti obbliga a farlo.

    Samanta lo ha fatto.

    E lo ha fatto bene.

    Per questo oggi non c’è molto da ironizzare su di lei.

    C’è solo da ringraziarla.

    L’ironia, semmai, la lasciamo a noi.

    A una città che rischia sempre di riconoscere i suoi esempi migliori solo dopo che li hanno applauditi gli altri.

    Grazie, Samanta.

    Nissena nel mondo, sì.

    Ma soprattutto nissena nel modo migliore.

    Non perché parla di bene.

    Perché lo fa.